L’allenamento del pugile

Nonno

PARTE PRIMA

01-04-2008

“IL RITROVAMENTO”

E’ proprio vero che le cose che desideri maggiormente capitano quando meno te lo aspetti. Quando non pensi, o meglio pensi a tutt’altro. Sarà la sorte o forse una strana cosmogonica coincidenza di eventi, fatto sta che anche questa volta questo fenomeno si è verificato.

Da tempo immemore mi dannavo anima e corpo nella ricerca spasmodica di un piccolo oggetto rettangolare di circa 10 centimetri per 15, spesso poco più di qualche millimetro, ma per me importantissimo. Bene, ero in cerca di una vecchia fotografia in bianco e nero, anzi a dire il vero le fotografie sarebbero due, ma una la sto ancora cercando.

La foto in questione ritrae mio nonno all’età di venticinque anni mentre si allena in palestra. Mio nonno era un pugile a livello militare, classe pesi massimi. Purtroppo se ne è andato quando io avevo compiuto da poco cinque anni, ma nonostante la mia tenera età lo ricordo molto bene e molto volentieri.

Nel momento in cui venne scattata la foto è ripreso di tre quarti e porge all’obiettivo il suo lato sinistro, immortalato nel momento in cui spinge sopra la sua testa il bilanciere dei pesi. A giudicare dalla lunghezza dell’asta, dal numero e dalla dimensione dei dischi di metallo, direi che il bilanciere fosse sufficientemente pesante, ma la sua posa è statuaria. Entrambe le braccia sono in tensione, perfettamente parallele, i bicipiti gonfi, tendini e nervi sono sotto sforzo. Poco più sotto un pettorale immenso, gonfio a dismisura e non rasato. Il suo sguardo è concentrato e immobile. Una chioma di capelli nerissimi, vagamente simile ai miei quando non li taglio per un po’, fa da corona al suo enorme testone. E che dire delle gambe: due alberi, turgidi e immobili, per niente messe in difficoltà dal peso che sorreggono. Anche i muscoli delle gambe sono tesi e contratti, si vedono i cerchi delle rotule nelle ginocchia. I piedi saldamente piantati a terra, statici e fermi, calzati dentro un paio di mocassini di pelle nera, quelli che si usavano una volta e che si vedono anche nei vecchi incontri di Rocky Marciano. Il resto dell’abbigliamento è costituito da una quanto mai anonima canottiera bianca e un paio di mutandoni scuri  di maglina portati ampiamente sopra la cinta.

Dietro si riesce a vedere uno scorcio della palestra in assonometria. Mio nonno si trova su di una sottile pedana di legno rialzata, sulla quale sono posati altri dischi per il bilanciere. Il parquè è profondamente segnato e logorato dall’usura, dal calpestio degli atleti e dal peso degli attrezzi. Sulla parete alle spalle di mio nonno sono appesi due lunghi stendardi della bandiera italiana con delle frange che immagino fossero dorate e con un’asta di ferro in fondo per mantenerli fermi e ben stesi. Attorno a lui una schiera di atleti e osservatori. Dall’espressione di alcuni di loro sembrerebbe che mio nonno stesse compiendo una vera impresa titanica. Alcuni atleti sono in pantaloncini e maglietta, altri con l’accappatoio, altri ancora con pantaloncini e una maglietta a strisce verticali nera e chissà quale altro colore che io immagino verde. Ci sono anche alcuni signori vestiti eleganti. Un altro buffo signore sulla sessantina con un paio di baffi alla Dalì e una bombetta alla Chaplin che fa capolino alle spalle di mio nonno, tiene le braccia conserte dietro la schiena e osserva con aria meditabonda. Un giovane, probabilmente coetaneo di mio nonno accenna un sorriso. Alla sua sinistra un altro pugile, e poco più in là si vede un uomo in divisa militare e stivali. Probabilmente in quel periodo mio nonno si stava preparando per i campionati militari e quell’uomo rappresentava il distretto militare di mio nonno. Alla destra dell’omino buffo con la bombetta c’è un giovane che sembra più un operaio che un atleta o un militare.

La foto è segnata dal tempo, riporta alcune pieghe al centro e negli angoli, in numerosi punti della superficie ci sono piccoli buchini circolari, con un principio di ruggine intorno che mi lasciano supporre che la foto fosse appesa in qualche bacheca. Sul retro nell’angolo alto a sinistra c’è un timbro ancora ben leggibile che riporta il nome e l’indirizzo del fotografo e sotto, scritta a matita, c’è una data, 12-11-1939. Il primo quesito che mi pongo è se il nome che si legge sul retro appartiene al fotografo incaricato di scattare la foto, oppure a colui che ha sviluppato e stampato la pellicola. Il secondo è se la data scritta dietro la fotografia indica il giorno in cui venne scattata oppure il giorno in cui venne sviluppata.

Ora vi chiederete perché io tenga tanto a questa foto. Innanzitutto l’ultima volta che la vidi avevo all’incirca dieci o dodici anni, quindi la ricordavo in maniera confusa e imprecisa. Ricordavo solo la figura di mio nonno con i pesi. Inoltre la ricordavo libera, non appartenente a nessun album, mentre invece è saltata fuori da un vecchio album.

Sono molto legato a questa foto per molti motivi, primo fra tutti perché ero molto legato a mio nonno e lo persi in età tenera. In secondo luogo perché ricordo l’attaccamento che mio padre aveva nei confronti di mio nonno e anche della fotografia in questione. Ricordo che quando mio padre mi parlava di mio nonno finiva immancabilmente per commuoversi e, una volta passata la commozione, mi diceva sempre: “Spero che capiterà anche a te quando parlerai di me perché vorrà dire che sono stato un discreto papà.” e poi sorridendo e stringendomi aggiungeva: “Diciamo discreto, non voglio montarmi la testa!”.

La fotografia è saltata fuori nel momento in cui mai lo avrei immaginato e nella maniera più semplice. Tempo fa andai da mia madre con la mia compagna a mangiare. Nell’attesa che il pranzo fosse pronto decisi di cercare per l’ennesima volta nei posti della casa in cui già avevo cercato infinite volte senza successo. Le mie aspettative da quella ricerca erano decisamente basse, quasi nulle. Sentendo il trambusto che combinavo, mia madre mi chiese cosa mai stessi facendo e le risposi vagamente che stavo cercando una fotografia di mio nonno in palestra. Senza quasi rispondermi mia madre mi porse un vecchio album consumato in pelle bordò con dentro vecchie foto, dicendomi: ” Guarda che non sia qui.”.

Aprii l’album con un gesto meccanico e non riuscii a credere ai miei occhi. Senza mai poterlo prevedere, una delle due foto che cercavo era la prima dell’album, incastrata negli anolini di filo che servono per tenere ferme le fotografie nelle pagine dell’album. In quel momento provai una gioia immensa per il ritrovamento insperato e pensai a mio padre, a mio nonno e a quanto possa essere importante un ricordo nella vita delle persone. Pensai che, se il misterioso fotografo quel giorno non avesse scattato questa fotografia, io probabilmente avrei soltanto potuto immaginare mio nonno pugile sulla base dei racconti di mio padre e che,  inoltre, se non l’avessi ritrovata, ora il ricordo sarebbe comunque molto meno vivo e fedele. In poche parole mi resi conto che una fotografia non scattata è un ricordo mancato, destinato ad affievolirsi e alterarsi col tempo. Inoltre pensai che nell’era del digitale, automatico e immediato, una cara, buona e vecchia fotografia in bianco e nero con messa a fuoco manuale, sviluppata e stampata su pellicola e vista solo dopo aver aspettato pazientemente i tempi dello sviluppo in laboratorio, è ancora di gran lunga superiore e molto più affascinante di ogni altra fotografia digitale, magari ritoccata a computer e quindi falsata.

Ora che ho ritrovato almeno una delle due fotografie mi sento di aver fermato con sicurezza il ricordo nella mia mente. Qualora dovesse mai affievolirsi o attenuarsi per un attimo, so che basterebbe tirarla fuori dal cassetto e guardarla con attenzione. La fotografia è testimone del nostro passaggio sulla terra, è prova insindacabile che un fatto sia accaduto, che una persona sia esistita…è parte integrante della nostra vita e ci accompagna fin dalla nostra nascita.

Alzandosi il bavero del cappotto e rabbrividendo tra i denti a causa dei tre gradi sopra lo zero che segnava il termometro, Marino entrò alla svelta in palestra. Passò davanti alle docce e si diresse subito verso gli spogliatoi, salutato da alcuni amici.

“Dai Marino, sbrigati, i graduati sono già arrivati. Sai che non amano aspettare.” disse Pietro, amico e compagno di allenamento .

“Arrivo, arrivo.” rispose sorridendo all’amico. “Hai finito per oggi?” chiese con un’occhiata penetrante.

“Si, ho finito. Ma per niente al mondo rinuncerei al tuo allenamento per i campionati nazionali!” disse Pietro infilandosi l’accappatoio.

“Grazie Pietro” rispose Marino accennando un sorriso e dando una pacca sulla spalla dell’amico.

Appena varcata la soglia degli spogliatoi e dopo essere entrato nella sala della palestra, venne salutato dagli altri atleti e da Giacomo, il suo allenatore. Marino era il pugile di punta della palestra Les Boxeurs che su di lui aveva investito molto. Marino e Giacomo stavano preparando i campionati nazionali militari da diversi mesi ormai.

Giacomo aveva aperto la palestra da quindici anni, cioè da quando era tornato a Genova da Marsiglia. Era figlio di un operaio navale ligure emigrato in Francia. Per molto tempo si era diviso tra Genova e l’adottiva Marsiglia, fino a quando, non appena raggiunta la pensione, decise di realizzare il proprio sogno: aprire una palestra tutta sua nella propria città natale.

Quel giorno in  palestra assistevano all’allenamento di Marino due membri del comitato organizzativo dei campionati, il medico ufficiale , gli ufficiali dell’esercito, gli amici (tra cui ovviamente Pietro), più alcuni curiosi accorsi per l’evento. Su tutti spiccava un omino alto un metro e sessanta e magro come un fuscello. Era un napoletano che da tempo ormai viveva a Genova. Aveva il volto rotondo e donchisciottesco. Il colorito pallido della pelle gli conferiva un aria spettrale messa maggiormente in risalto dal nero dei sottili baffetti impomatati alla Dalì che gli ricadevano sopra le labbra. La piccola bombetta nera che gli calcava il capo lo rendeva buffo a vedersi. Da quando aveva saputo che Marino avrebbe partecipato ai campionati nazionali di pugilato, aveva iniziato a frequentare assiduamente la palestra per assistere agli allenamenti degli atleti. Addirittura qualche pugile aveva provato ad insegnare all’omino buffo a portare qualche colpo. Era diventato la mascotte della palestra ed era conosciuto con il nomignolo di Vesuvio che gli era stato messo da Pietro, l’amico di Marino.

“Prima di tutto prendiamo il peso, l’altezza e le misure” esordì il medico “dopo facciamo un po’ di pesi e magari anche qualche minuto con lo sparring partner.”.

“Il ragazzo è l’emblema della palestra, è…” Giacomo venne bruscamente interrotto dall’ufficiale, il quale disse:

“Speriamo tutti che sarà anche l’emblema del distretto che andrà a rappresentare.  Non è così giovanotto?”.

“Spero di onorare al meglio palestra e distretto signore.” Rispose Marino.

“Bene, bene, mi raccomando allora, non si deconcentri.”.

“Dai Marino, riscaldati con un po’ di ginnastica e di esercizi, dopo passiamo al bilanciere.” riprese la parola Giacomo, mentre Pietro sghignazzava alle spalle dell’ufficiale, scambiandosi occhiate di intesa con Vesuvio che si era sistemato sotto lo stendardo con il tricolore alle spalle di Marino.

Dopodiché venne letto il comunicato con cui Marino veniva ufficialmente accreditato come atleta del distretto.

“Allora ci vedremo ai campionati.” disse arido l’ufficiale facendo il saluto militare a Giacomo e a Marino, che risposero in silenzio al saluto.

“Signò quanto mi sta antipatico chello là!” disse sottovoce Vesuvio a Marino stringendogli l’avambraccio sinistro.

“Dai Vesuvio, oggi non è giornata.” intervenne Giacomo innervosito dall’espressione dell’ufficiale.

Terminate le cerimonie e i convenevoli, Marino continuò ad allenarsi. Ora era più sciolto e a suo agio perché il medico, gli ufficiali e parte dei curiosi si erano congedati dalla palestra.

Quando Marino finì anche l’allenamento sul ring, si sedette sulla spartana panca di legno che si trovava a bordo ring e venne raggiunto da Vesuvio.

“Permettimi di aiutarti” disse con un largo sorriso.

“Ciao Vesuvio!”.

“Intendevo i guantoni. Posso aiutarti a scioglierli?”.

“Certo, sei gentile.”.

“Ti ho guardato. Vai forte ragazzo. T’u rico co ‘o core!”.

“Grazie, mi fa piacere. Spero di onorare questa palestra, per me e per Giacomo.”.

“Scusate l’interruzione, sono Agosto, il fotografo” intervenne un uomo distinto sulla cinquantina con un roboante marcato accento genovese. “Volevo dirle solamente che prima ho scattato un paio di fotografie. Appena saranno pronte gliele manderò qui alla palestra.”.

“Grazie signor Agosto.” rispose Marino.

“Di nulla, dovere. Arrivederci” rispose il fotografo congedandosi con un inchino.

Mentre osservava il fotografo genovese di spalle, Marino raccolse i guantoni dalle mani di Vesuvio, lo salutò posandogli una mano sulla spalla destra e si diresse verso gli spogliatoi.

“Mi raccomando, ci conto signor Agosto!” gridò quando il fotografo era ormai lontano e l’eco della sua voce riempiva i locali della palestra rimasta deserta. “Ci conto.”.

Nota dell’autore: Questo racconto è quasi interamente verità e la foto di apertura del post è veramente di mio nonno, il quale fu veramente pugile semi professionista. Non svelo altri dettagli per non togliere troppo la poesia misteriosa del boxeur di altri tempi. Saluti!

3 pensieri su “L’allenamento del pugile

  1. Le foto in bianco e nero hanno sempre il loro fascino immortale perché hanno l’anima dentro .La fotografia di tuo nonno mi ha commosso .É morto giovane tuo nonno , e come lo hai descritto si percepisce che sei stato per lui un nipote speciale .un sorriso ^_^

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...