Artemisia Gentileschi e il coraggio di difendere una passione

Self-portrait_as_the_Allegory_of_Painting_by_Artemisia_Gentileschi
Il più noto autoritratto di Artemisia, qui rappresentata come l’allegoria della pittura

Nel vasto, seppur poco battuto, panorama delle donne pittrici nella storia dell’arte, senza dubbio merita una menzione particolare la figura di Artemisia Gentileschi.
Artemisia seppe legare il suo nome all’arte indissolubilmente per molteplici ragioni al punto da divenirne il simbolo incontrastato e il più alto esempio di affermazione della donna e del femminismo più radicato.
Artemisia nacque a Roma alla fine del ‘500, precisamente nel 1593 dal celeberrimo e affermato padre/pittore/padrone Orazio Gentileschi. Orazio fu intimo amico e fedele seguace di Caravaggio, contribuendo alla diffusione del caravaggismo a Roma e Genova, dove venne chiamato a lavorare.

Altro autoritratto di Artemisia, questa volta come allegoria del martire.
Altro autoritratto di Artemisia, questa volta come allegoria del martire.

Ma torniamo ad Artemisia: la ragazza diede prova del suo innato talento poco più che sedicenne disegnando le bozze per la sala del Concistoro del Quirinale, senza tuttavia dipingere nulla. Crebbe artisticamente e biologicamente insieme ai fratelli nella bottega del padre, dimostrando fin dagli esordi un maggiore è spiccato talento artistico rispetto ai fratelli. A bottega da papà Orazio imparò l’arte della preparazione delle tele, come mescolare correttamente colla e gesso per dare la cosiddetta imprimitura e cioè la base sopra cui dipingere ma soprattutto come macinare i pigmenti e preparare al meglio i colori per la stesura. La giovane Artemisia crebbe in un’atmosfera e in un momento particolarmente felice per l’arte a Roma. Da casa Gentileschi e dal quartiere in generale in cui abitava, transitavano abitualmente personaggi del calibro di Caravaggio, Guido Reni, Domenichino, i tre Carracci (Agostino, Ludovico e Annibale), Pietro da Cortona e Simon Vouet. Questo fermento artistico influenzò direttamente l’arte del padre Orazio e quindi di rimbalzo quella di Artemisia.
Nonostante queste pesanti influenze la giovane seppe comunque imporre un proprio stile caratteristico molto forte e dotato di un vigore plastico notevole. Mediò il tratto disegnativo morbido e accademico, di impostazione manierista del padre con una forte teatralità drammatica mutuata da Caravaggio.
Si raffronti nelle immagini seguenti, sul medesimo soggetto e cioè Giuditta e Oloferne, la similitudine e l’influenza che l’operato di Caravaggio ebbe su quello di Artemisia Gentileschi.

Gentileschi_Artemisia_Judith_Beheading_Holofernes_Naples
Giuditta e Oloferne di Artemisia

Caravaggio_-_Giuditta_che_taglia_la_testa_a_Oloferne_(1598-1599)

Oltre che per le sue doti artistiche innegabili che risultarono evidenti a tutti fin dalle prime opere (sebbene la Roma del ‘600 non vedesse di buon occhio l’apertura del mondo delle arti e del lavoro in generale alle donne), Artemisia si impose anche come modello di donna forte e anticonformista capace di reagire, non piegare la testa e non sottomettersi al maschilismo dilagante dell’epoca.
Accadde presumibilmente intorno al 1611 che Artemisia rimase vittima di uno stupro. Il suo aggressore venne con buon margine di certezza identificato in Agostino Tassi, anch’egli pittore e soprattutto compagno di lavoro del padre Orazio nel ciclo di affreschi a Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma. Tassi era rinomato nell’ambiente artistico come massimo esponente e docente di prospettiva. Data la collaborazione con Orazio, si trovò spesso a passare in casa Gentileschi e così avvenne che si invaghì della giovane Artemisia poco più che adolescente.
Orazio denunciò Tassi, il quale al processo si difese dicendo che Artemisia stessa si fosse confidata con lui, lamentandosi della eccessiva e morbosa gelosia del padre nei suoi confronti che la trattava al pari di una moglie.
Artemisia al processo non stette a guardare e controbatté al Tassi con la seguente dichiarazione che riporto  in originale poiché molto forte, ma soprattutto a mio avviso esaustiva di come con ogni probabilità andarono i fatti:

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »
(Eva Menzio (a cura di), Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Milano, 2004)

Susanna e i Vecchioni, uno dei più celebri capolavori di Artemisia. Secondo la critica il quadro sarebbe una neppure troppo velata denuncia della donna allo stupro subito. L’anziano alla sua sinistra sarebbe il padre Orazio e il giovane alle sue spalle sarebbe Agostino Tassi.

Agostino Tassi se la cavò con una condanna molto lieve anche in funzione del fatto che il tribunale inquisitorio romano si avvalse del potente mezzo dell’estorsione sotto tortura e minaccia di rottura di entrambi i pollici ad Artemisia, la quale uscì disonorata, denigrata e compromessa da quella faccenda.
Il padre Orazio organizzò un matrimonio riparatore con un modesto pittore fiorentino, ma fu chiaro fin da principio che l’ambiente romano fosse ormai precluso al suo roboante talento artistico.
Artemisia riuscì comunque a rifarsi una posizione e una nomina per il suo talento a Firenze, in seguito vagò per Venezia, riuscendo a tornare a Roma, poi Napoli, Londra dove seguì il padre, che nel frattempo vi si era trasferito, in un breve soggiorno e infine Napoli dove morì nel 1653 lavorando fino agli ultimi giorni e lasciando un’impronta indelebile nella storia dell’arte italiana e mondiale e arrivando ad oscurare in parte il talento del padre Orazio.

Segnalo infine il bellissimo romanzo storico dall’omonimo titolo “Artemisia” di Alexandra Lapierre, per chi volesse approfondire ulteriormente.

http://www.ibs.it/code/9788804476924/lapierre-alexandra/artemisia.html

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