L’operazione Carlo Alberto

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Comando dei Carabinieri, Palermo, Agosto 1982, pomeriggio

Prologo

L’aria calda e bollente tipica degli agosto siciliani riempiva il piccolo ufficio, per nulla attenuata dai ventilatori che roteavano alla massima velocità. Nell’ufficio regnava il più assoluto silenzio, gli unici rumori che si sentivano erano i cigolii costanti e puntuali dei ventilatori e il ticchettio irregolare delle Olivetti degli impiegati. D’un tratto il silenzio venne rotto dal trillo del telefono. Il telefono era di quelli neri con la ruota per comporre i numeri.
“Pronto Carabinieri.” rispose l’appuntato con voce meccanica.
La voce all’altro capo del telefono replicò con marcato accento palermitano senza esitare, pronunciando la frase con tono deciso e sicuro e disse:
“L’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa.” e riattaccò.
L’appuntato rimase impietrito senza neppure riuscire a riagganciare la cornetta. Il collega, notando l’espressione e il colorito pallido chiese quale fosse la ragione del repentino cambio di umore ed espressione.
“Il generale…il generale.” riuscì a rispondere con un filo di voce, deglutendo nervosamente.
“Totò è successo qualcosa al generale?”.
“No no… non ancora.” rispose scuotendo la testa con lo sguardo terrorizzato

03 settembre 1982, sera

“Domenico noi ci siamo, possiamo andare.” disse il generale al suo agente di scorta, indicando la moglie con un cenno del capo.

“Perfetto generale, possiamo andare. Ci vediamo al ristorante come stabilito.” rispose.

“Lo sai dov’è vero?” disse dalla Chiesa accennando un sorriso.

“A Munneddu giusto?” rispose l’agente con un tono più simile ad una domanda che ad una risposta.

“A Munneddu, precisamente.” rispose il generale dando una pacca al collega. Poco dopo i tre scesero.

Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela salirono su una A112 bianca mentre l’agente Domenico Russo li seguì con l’alfetta del generale. Erano passate da poco le 21 e la serata era calda. Le autovetture imboccarono via Isidoro Carini nel centro di Palermo. Domenico Russo che seguiva l’auto del generale notò all’improvviso il faro di una moto attaccato alla sua auto. Sterzò per cercare di scrollarsi la moto e aumentò la velocità ma il faro accecante della moto era sempre piantato nel suo specchietto retrovisore.

“Ma che minchia!” esclamò e intanto fece segno con i fari al generale che lo precedeva poco più avanti.

“Carlo ma che succede, forse Domenico sta male, sta facendo segno con i fari.”.

“No Emanuela non sta male…accelera, accelera!” urlò dalla Chiesa ma proprio in quel momento la moto che seguiva l’alfetta aumentò la velocità accostandosi alla fiancata e da un incrocio spuntò una bmw 518 che raggiunse l’auto del generale. Da entrambi i veicoli degli inseguitori partirono raffiche di Kalashnikov AK-47 che trucidarono Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela e l’agente di scorta Domenico Russo con oltre trenta colpi.

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                              “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.”

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Cartello affisso il giorno seguente alla strage di via Carini sul luogo del delitto.

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