Il gigante abbandonato

Il gigante, così era conosciuto da tutti a Firenze, giaceva abbandonato nel cortile dell’opera di Santa Maria Del Fiore da oltre venticinque anni.
A causa di quel lungo periodo di abbandono, le sue condizioni non erano certamente buone, anzi, direi che fossero piuttosto critiche, quasi irreversibili.
Il gigante in questione era un enorme blocco di marmo bianco di oltre quattro metri per due sommariamente sgrossato e appena abbozzato e poi abbandonato svariate volte da diversi artisti con la motivazione che: fosse stato tagliato male, fosse venato e tarlato in svariati punti, fosse troppo stretto e sottile rispetto alla lunghezza e quindi difficilmente lavorabile.
Fu in una calda giornata di agosto dell’anno 1501 che la Repubblica di Firenze decise di assegnare il gigante al giovane Michelangelo con l’incarico prestigioso di scolpire una statua di David per il contrafforte della Cattedrale della città.
Michelangelo era poco più che venticinquenne…nacque quindi pressappoco quando il gigante venne abbandonato definitivamente alle intemperie nel cortile.
La sfida piacque fin da principio al giovane Buonarroti che era tornato a Firenze in gloria, forte dei capolavori prodotti a Roma nonostante la giovane età. Erano in molti però che provavano a scoraggiarlo dal tentare quella sfida titanica. C’era chi riteneva troppo compromesso lo stato di salute del blocco, chi irrimediabile l’abbozzo interrotto e chi si produceva in calcoli balistici e statici sostenendo che il blocco, troppo sottile in larghezza, non avrebbe retto il peso della statua e si sarebbe spezzato, cadendo su sé stesso. Costui era un quasi cinquantenne Leonardo da Vinci che prese subito male la presenza del giovane scultore e colse l’occasione per metterlo in difficoltà.
Se in cuor suo Michelangelo avesse potuto esitare anche solo per pochi minuti, l’arroganza e il consiglio a desistere di Leonardo lo indussero ad accettare senza riserve la sfida.
I lavori iniziarono nel settembre dello stesso anno e il fenomeno ebbe un richiamo senza pari tra la gente. Ogni giorno si radunavano folle di curiosi che osservavano il maestro al lavoro.
Il temperamento irascibile di Michelangelo fece sì che, un mese dopo, il gigante in lavorazione venisse circondato da una gabbia costruita con assi di legno, proibendo così l’accesso a chiunque volesse curiosare, Leonardo per primo.
Michelangelo lavorava assiduamente al blocco con ritmi per molti insostenibili. Soleva mangiare un boccone senza neppure scendere dai ponti e talvolta si addormentava su un giaciglio di paglia sistemato alla bene e meglio accanto a quella che chiamava già la “sua creazione”.
I mesi correvano veloci così come altrettanto velocemente procedevano i lavori; intanto il 1501 si avviava alla conclusione.
Una domenica mattina si svegliò di buonissima ora, prima che il sole si levasse a riscaldare le fredde mattine fiorentine di dicembre. Consumò una frugale e, come da sua abitudine, rapidissima colazione a base di fichi, una fetta di pane non più freschissimo e una tazza di latte di capra. Approfittò del fatto che la domenica la gente si alzasse più tardi e si preparasse per la messa per andare al laboratorio senza rischiare di incontrare curiosanti impiccioni; a volte anche solo salutare gli costava una enorme fatica che peraltro mascherava con scarsi risultati dando a vedere le sue palesi antipatie.
Entrò rapidamente chiudendosi dentro con tutte le mandate della serratura. Tirò anche il chiavistello per sentirsi maggiormente sicuro. Dato il freddo si soffiò nelle grosse mani callose e perennemente bianche di polvere di marmo per intiepidirle un po’ prima di impugnare il gelido scalpello di ferro nella destra, mentre accostò la sinistra al gigantesco blocco che, messo in verticale in posizione di lavoro, lo sovrastava con i suoi imponenti quattro metri.
Era freddo. Gelido, ma nonostante quel freddo riusciva a percepirne il suo calore interno.
“Lo so che sei qui dentro, io ti ho già visto. Devo soltanto liberarti. Abbi fede mio gigante, presto sarai libero.” disse picchiando sul blocco con la mano sinistra aperta.
“No, non ti ho sognato. Io ti ho visto, ho sentito il tuo cuore di marmo pulsare. Chi mi ha preceduto come ha potuto essere così stolto e sprovveduto da non notarti? Tu sei in attesa da molti anni. Io ti libererò così tutti potranno ammirare la tua potenza, Leonardo per primo!” aggiunse con una punta di rabbia. Pronunciò il suo nome strizzando l’occhio sinistro e assumendo un’espressione corrucciata che nel corso degli anni trasferì come un calco a fuoco indelebile al blocco cui stava lavorando.

38

Quella mattina il giovane Michelangelo scoprì il suo straordinario potere che, al fine di non essere scambiato per pazzo e magari finire sul rogo, decise di tenere tutto per sé e non rivelare mai a nessuno, per nessun motivo al mondo. Scoprì di essere in grado di udire le voci dei blocchi di marmo, voci che nel corso degli anni lo guidarono nella scelte dei blocchi da scolpire.
Michelangelo si abbandonava ai blocchi, li ascoltava attentamente e captava voci e vibrazioni finché non trovava quello che urlava aiuto implorandolo di essere liberato.

immagine presa da: http://www.altrapagina.it/wp/michelangelo-450-anni-dopo/

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